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Messaggio Pasquale 2011 del nostro Vescovo: Nell’Amore tutto si compie

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo risorto da morte, 
nell’imminente ricorrenza della Pasqua del Signore, il mio pensiero corre a tutti voi per dirvi il mio affetto, la mia vicinanza attraverso la preghiera, la mia disponibilità ad essere sostegno concreto nel vostro cammino di fede e conforto costante nella solitudine (per non pochi, angosciante) a cui la vita sovente ci espone.
Chiedo al Signore che, nella fatica di vivere, ognuno di voi possa fare esperienza di momenti di solidarietà e di speranza, perché per vivere abbiamo bisogno innanzitutto di non essere lasciati soli nel momento della prova e, poi, abbiamo bisogno di speranza: quella  speranza messa a dura prova da un futuro che si presenta spesso come una sfida difficile da vincere.
Dentro di me, in tal senso, sento particolarmente forte il desiderio di condividere con tutta le comunità cristiane della diletta Diocesi di Noto alcune riflessioni che da tempo, con prepotenza, si fanno spazio nel mio cuore e nella mia coscienza. Esse urgono risposte capaci di dare senso alle nostre esistenze, oggi più che mai bisognose di speranza vera, d’incoraggiamento sincero e di entusiasmo vivificante.

“Soffri con me per il Vangelo, con la forza di Dio”  (2 Tim. 1, 8-10)

Mi sono chiesto più volte quale possa essere l’augurio più bello da farvi a Pasqua e come sia possibile, senza rischiare di essere scontati, poco credibili, convenzionali, parlare di Cristo morto e risorto per noi a quanti ogni giorno vivano soltanto esperienze di dolore e di disperazione. Un pensiero ricorrente è rivolto ai nostri ammalati ed anziani provati dalla sofferenza, dal dolore fisico e dalla solitudine, alle famiglie oppresse dai diversi problemi, ai nostri giovani schiacciati dalla solitudine, dalle diverse preoccupazioni e dalla paura del futuro.
Come comunicare speranza ai tanti giovani che da anni alla ricerca di un lavoro, accontentandosi spesso anche di posizioni squalificanti rispetto agli studi effettuati, vedano come unica soluzione possibile per loro affidarsi al potente politico di turno che in cambio di voti  promette loro una sistemazione che purtroppo non arriva mai? Cosa dire poi a quanti non più giovani, a causa dei tagli generati dalla crisi economica, abbiano perso improvvisamente il lavoro e si trovino a fare i conti con il mutuo della casa da pagare e con la famiglia da sostenere?
Come portare consolazione a quanti abbiano perso i propri i cari, vittime di situazioni drammatiche quali  incidenti stradali, atti di violenza, scelte di vita pericolose e sbagliate?
Come stare accanto a quanti, affetti da malattie gravi, prostrati nel corpo e nello spirito, vivano ogni giorno l’esperienza disperante della precarietà della vita e della solitudine del calvario che li porterà alla morte?
Come spiegare loro che se non avranno il dono della guarigione dalla malattia, è loro riservata un’altra speranza, quella di stare accanto al Risorto?
Perché alcuni muoiono nel pieno della giovinezza, mentre altri raggiungono un’estrema vecchiaia? Perchè ci sono dei poveri e dei ricchi? Perché la vita di alcuni scorre serena mentre quella di altri è costellata soltanto di amarezze?
Come è possibile accettare tutto questo?

“Non temere perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43, 1b-3)

Ognuno di noi ha una sua propria storia, ha un cammino del tutto personale. Fa parte del mistero di Dio che, solo, sa ciò che è bene per ciascuno. Spesso le “burrasche” indeboliscono in noi la fede e quindi anche la nostra capacità di riconoscere il passaggio del Signore nella nostra esistenza. Nei momenti di prova è difficile credere nei miracoli. Afferrati dalla paura, siamo portati più facilmente a dubitare piuttosto che affidarci alla Divina Provvidenza. Le fatiche quotidiane diventano per noi insormontabili perché ci sentiamo soli nell’affrontarle o addirittura perché abbiamo voluto affrontarle da soli, presumendo delle nostre capacità. Quanto facciamo, infatti, con le sole forze umane non ci può risanare integralmente, non riesce a colmare il vuoto profondo del nostro cuore.
Non possiamo ricevere speranza, sostegno, forza senza incontrare nelle nostre vite il Salvatore che ha versato il suo stesso sangue per amore sulla croce. Nonostante ciò, mettiamo in discussione anche le scelte fondamentali della nostra esistenza, colpevolizzando il Signore che ci ha chiesto di accettare un servizio senz’altro arduo e superiore alle nostre forze.  Ma non dobbiamo mai dubitare che pure dall’alto dei cieli, dove è asceso e siede alla destra del Padre, il nostro Redentore ci venga incontro e continuamente ci offra il suo aiuto, nella consapevolezza che dal pellegrinaggio terreno non si possa escludere il momento dell’oscurità, della tempesta. E’ la prova dell’Amore a cui Gesù non rimane mai indifferente, non si tira mai indietro. Tra Gesù e i malati, i poveri, gli esclusi, gli svantaggiati, i sofferenti non ci sono barriere: egli stesso le ha abbattute tutte, rivestendosi della nostra fragile carne con tutte le sue ferite mortali.
Per lasciarsi toccare da Gesù, è necessario, però, accettare che il mistero della Croce con il suo inevitabile aspetto di umiliazione e di solitudine, diventi lo strumento della nostra salvezza. Tutti siamo deboli e infermi, paralizzati dalle nostre complicazioni, dai nostri condizionamenti interni ed esterni. Pur sentendoci deboli, però, non dobbiamo scoraggiarci bensì confidare sempre nel Signore e metterci nelle sue sante mani per essere salvati e a nostra volta diventare strumento di salvezza per gli altri. Se rimaniamo consapevoli che apparteniamo al Signore, lo scoraggiamento non ci può abbattere, le varie prove della vita e neppure le varie forme di ostilità che possiamo incontrare ci indeboliscono. Anzi, diventano occasioni favorevoli in cui la nostra fede si rafforza, il nostro amore cresce fino a saper ricambiare il male con il bene. La nostra fede diventerà sempre più forte nella misura in cui faremo comunione con i fratelli, dilatando all’infinito spazi di solidarietà e di partecipazione per essere una cosa sola nell’Amore.
Ed è proprio questa apertura del cuore, questo fiducioso abbandono che permette a Gesù di agire: il miracolo, infatti, è sempre frutto dell’incontro tra la fede dell’uomo e la potenza salvifica di Cristo. E’ questa l’unica dimensione che ci dona la forza di sostenere il “peso”della vicinanza di Dio”, soprattutto nei momenti di prova e nelle tempeste della vita, rispondendo alla chiamata del Signore anche quando il compito da assolvere sembra superiore alle nostre forze. Siamo infatti consapevoli che la nostra piccolezza, davanti al mistero insondabile di Dio, è la nascita della vera conversione del nostro cuore, il quale disarmato si consegna nelle mani della divina misericordia. Già, la misericordia: quanta potenza c’è nella misericordia, come tutto si rigenera e risorge attraverso la misericordia. Sto ricevendo i vostri suggerimenti sulla Lettera pastorale dedicata alla Misericordia di Dio Vi ringrazio per l’abbondanza e la profondità dei vostri scritti, delle vostre sintesi. Così con la collaborazione di tutti, potrò scrivere questa prima Lettera pastorale affinché la nostra vita diventi, essa stessa, la vera lettera del Signore risorto al mondo intero.
E’ necessario, quindi, che la volontà salvifica di Dio s’incontri con la nostra obbedienza, l’obbedienza dei piccoli della terra che procede dalla fede ed è animata dall’amore: quell’amore che ha spinto Cristo ad accettare, come un giunco piegato dal vento, la Croce per la nostra salvezza e che dovrebbe spingere ognuno di noi con la gioia di chi voglia essere autentico testimone di Cristo ad unirci a Lui, per portare a compimento il disegno universale di salvezza. Una gioia così però non può entrare in un cuore egoista, orgoglioso, avido, sospettoso, geloso, in un cuore non libero dal peccato. E’ perciò necessario l’impegno costante alla conversione, il combattimento contro le passioni smodate, la preghiera e l’affidamento quotidiano a colui che è venuto tra noi non come un potente e come un sapiente, ma con umiltà e mitezza, in una piccolezza tipica soltanto di chi è veramente grande.

“Andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti ed ora vi precede in Galilea” (Mt 28, 7)

Con la Pasqua, quindi, tutto si riveste di un senso diverso: persino il dolore diventa fecondo e ci apre a spazi inaspettati d’infinito. Senza Cristo le nostre speranze sono vane e destinate a perire. Con Cristo anche nella morte facciamo esperienza di vita eterna.  Cristo risorto non è un mito, ma è l’avvenimento nella storia della vittoria dell’Amore sul dolore, sulla morte, sul peccato. E’ Cristo che entra nella profondità delle nostre vite e si colloca decisamente più in là di ciò che è umano tracciando nelle nostre debolezze e nelle nostre fragilità i segni tangibili dell’Eterno.
Per questo ognuno di noi dovrebbe  vivere nella consapevolezza che il Risorto ci precede, è  sempre più in là, non ci lascia soli: in un perenne altrove, che dura quanto e più della nostra vita, egli continua ad invitarci a cercarlo nei doni del suo Spirito, nella predicazione della parola di verità, nella liturgia e nei sacramenti, nella comunione attorno ai pastori nella Chiesa, nella donazione di sé ai fratelli, nell’esperienza della sua misericordia che a ciascuno è possibile fare aprendo il cuore all’Amore. 
Soltanto vivendo “nella nostra carne e fino in fondo” il nostro atto di fede nella Croce di Cristo che ha unito indissolubilmente l’umano al divino – soltanto credendo che Cristo incarnandosi si è unito ad ogni uomo, ha condiviso la nostra condizione umana, ha attraversato il terreno del tradimento, della disperazione, della morte, non senza paura, come capita ad ognuno di noi dinanzi ad esperienze di dolore e di solitudine-, è possibile, allora, vedere nell’intimo di ogni realtà storica  la presenza di Dio. E’ possibile vivere la morte come una fine, ma non come la fine di tutto, è possibile testimoniare che la nostra vita non è in balìa di un destino cieco, ma è nelle mani di un Dio che ci ama: così, le nostra esistenza non è destinata al fallimento, bensì ha un senso anche quando ha il sapore amaro della sconfitta. La croce non è una “bella teoria” della possibilità del soffrire dell’uomo come salvezza, bensì la manifestazione del volto vero e ultimo di Dio: Amore sconfinato.
Cristo morto e  risorto testimonia che ogni crisi può essere superata, che la diversità può diventare ricchezza, che il dolore può diventare strumento di salvezza. La vita e la morte, la sofferenza e la tribolazione, la malattia e le catastrofi non sono l’ultima parola della storia, ma sono lo scoglio oltre il quale c’è un compimento trascendente per le persone e per il mondo. Più che vedere, udire, toccare, la fede è adorare la Croce nella consapevolezza che la sofferenza vissuta, senza ripiegarci su noi stessi, nel totale abbandono all’Amore e al dono verso gli altri, non distrugge l’umano ma lo salva perché Dio è, sempre e comunque, presenza di misericordia dentro ogni angoscia.

“Tutto è compiuto” (Gv 19, 30)

Gesù, con le sue braccia distese sul legno, con le sue mani inchiodate, sembra del tutto impotente. In realtà è proprio ora che salva il mondo. Lungo tutta la sua esistenza terrena ha desiderato di giungere a questo culmine, in cui superate tutte le tentazioni e tutte le insidie, può dire al Padre -”Tutto è compiuto”-, la missione affidatami è stata portata a compimento. E’ questo il momento in cui, dal suo annientamento, nasce finalmente l’umanità nuova. Le stesse  piaghe delle sue mani, così come le piaghe dei piedi e la ferita del costato, sono ormai una preghiera che invoca pietà per tutti gli uomini.  Dalla Croce, dal sacrificio, dalla rinunzia scaturiscono salvezza e grazia. Questa la chiave di lettura univoca per non sciupare le nostre esistenze, scoprendone il valore più profondo del dolore che si alimenta  tenendo lo sguardo del cuore fisso verso Gesù Crocifisso.
Si tratta di una vera conversione, di cambiare mentalità. Si tratta di considerare come tesoro tutte le esperienze di debolezza, d’impotenza, d’incapacità in cui ci veniamo a trovare, chiedendo al Signore di darci la forza di adorare la Croce quale grande mistero dell’Amore che perdona, che rigenera e salva. Questo amore tutto compie.
L’augurio è  che in questa santa Pasqua tutti noi possiamo sperimentarlo e, nel Cristo risorto, scambiarcelo in abbondanza. Interceda per questo San Corrado Confalonieri e la nostra amatissima Madre, Maria santissima, Scala al Paradiso.

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Domenica delle Palme e della Passione del Signore

“CRISTO VA INCONTRO ALLA MORTE CON LIBERTÀ DI FIGLIO”

Tutto l’impegno quaresimale di penitenza e di conversione in questa domenica viene focalizzato attorno al momento cruciale del mistero di Cristo e della vita cristiana: la croce come obbedienza al Padre e solidarietà con gli uomini, la sofferenza del Servo del Signore (cf 1″ lettura) inseparabilmente congiunta alla gloria (2″ lettura). La strada che Gesù intraprende per salvare (= per regnare) si pone in contrasto con ogni più ragionevole attesa perché egli sceglie non la forza e la ricchezza, ma la debolezza e la povertà. Il compendio della celebrazione odierna è offerto già nella monizione che introduce la processione delle Palme: «Questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore… Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione… Chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce per essere partecipi della sua risurrezione».
  
Riflessione

Gesù prima di morire in croce e di lasciare la terra dopo la sua risurrezione, volle continuare la sua presenza nel mondo con l’istituzione dell’ultima cena. La Chiesa, voluta da Cristo, ha compreso il valore di quel momento e ha iniziato a riunirsi nel giorno del Signore per ascoltare la Parola e realizzare il comando di Cristo: «Fate questo in memoria di me». La “domenica delle palme” o “di passione” fa rivivere tutta la drammaticità del processo e della condanna a morte di Gesù. Prima che tutto questo si realizzi, Gesù si preoccupa di lasciare il segno reale della sua presenza. L’ultima cena è l’ultima Pasqua di Gesù, il banchetto in cui ci si nutre di lui, si fa memoria della sua passione, ci si inebria del suo Spirito e si riceve la garanzia della gloria futura. Se ogni religione prevede un sacrificio dell’uomo a Dio, il cristianesimo si fonda sul sacrificio di Dio all’uomo.
Gesù «prese il pane». Prendere è un gesto profondamente umano, ma ci sono due modi di prendere: con la mano aperta per accogliere il dono, o con la mano chiusa per rapirlo; si tratta di due gesti che sono in discordanza tra loro: uno esprime accoglienza serena e riconoscente, l’altro è un gesto egoistico e violento. Prendere il pane, che nutre il corpo, è figura di ogni dono che l’uomo riceve: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (I Cor 4,7). Nell’ultima cena Gesù prende il pane e il vino, non il frumento e l’uva, che sono frutti della terra; prende, in altre parole, non i prodotti della natura, ma quelli che l’uomo, con la sua storia e la sua cultura, ha raccolto e lavorato. Tutto ciò che fa parte della natura e della vita dell’uomo è assunto nel corpo di Gesù e viene ridonato a noi come cibo.
Gesù «spezza» il pane per condividerlo. Il dono d’amore diventa capacità di donare, perché uno ama se ha fatto propria l’esperienza di essere amato. L’Eucaristia di cui ci nutriamo ogni domenica dovrebbe irradiare tanto amore da spezzare ogni odio, rancore, e demolire tutti i muri ideologici e materiali che l’uomo costruisce. L’amore ricevuto, infatti, è provocazione continua che apre al dialogo, alla relazione, alla piena condivisione e alla costruzione di un mondo di pace e di giustizia. In tal senso, l’Eucaristia è un cibo necessario a tutti e in ogni celebrazione tutti dovrebbero comunicarsi alla mensa eucaristica, in particolare quanti sono naufraghi nelle difficoltà della vita, proprio come suggerisce l’apostolo Paolo in At 27 ai suoi compagni di sventura:
«”Vi esorto a prendere cibo; è necessario per la vostra salvezza”. E preso il pane, rese grazie davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si sentirono rianimati, e anch’essi presero cibo» (vv. 34-36).

Fonte dal: Sussidio Liturgio-Pastorale “Quaresima-Pasqua 2011”

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Don Fortunato di Noto cittadino onorario di Firenze

Don Fortunato Di Noto, conosciuto nel mondo per il suo impegno civile nella tutela dei bambini e dei loro diritti, sacerdote dal 1991.
“Già Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana – ricorda il presidente Eugenio Giani nella lettura dell’atto formale – e premiato con prestigiosi riconoscimenti. Ha elaborato il codice internet per la difesa dei minori e si è distinto in più occasioni, coadiuvato da svariate organizzazioni nella tutela e difesa dell’infanzia violata. Riceve oggi dal sindaco Matteo Renzi la cittadinanza onoraria di Firenze”.
“Sono abituato ad omelie a braccio – inizia così don Fortunato – io siciliano, cittadino di Firenze. Ho un desiderio, parlare al vostro cuore parlandovi dei bambini incontrati con l’associazione Mater che da 20 anni cerca di dare una speranza ai più piccoli. Come posso io raccontarvi il dolore che hanno vissuto nel silenzio e nel buio, raccontarvi delle ferite che hanno ricevuto, della dignità perduta e lesa profondamente. Ancora oggi a Firenze si ode il grido degli innocenti, e c’è un Dio che si è stancato di ascoltare questo grido. Nel 1989 mi sono imbattuto nella prima immagine pedopornografica e mi sono trovato a dover decidere, ho cercato con i miei collaboratori di dare risalto tramite la stampa a quanto stava accadendomi attorno. Non esistevano le leggi che oggi ci sono, e siamo un modello in Italia nel mondo. E’ stato difficile, nel silenzio andare a scovare chi era che festeggiava addirittura, in Olanda, ‘l’orgoglio dell’essere pedofili’. Abbiamo dato un nome e cognome ad ogni bambino perché solo parlando di loro e delle loro storie abbiamo potuto così perseguire i colpevoli, e ne sono stati arrestati molti. Senza bambini non c’è futuro. Mi domando a volte come mai ci sia io qui, davanti a voi, con tante persone impegnate nella stessa battaglia. Dobbiamo essere educatori appassionati della vita dei più miseri. Contrastiamo sempre questa violenza, forte di un quadro psicologico che arriva a dichiarare di poter dare ai bambini la libertà di vivere la propria sessualità scegliendo di viverla con un adulto. Non salverò tutti i bambini del mondo, ma fino a quando avrò respiro e possibilità, nonostante i personali problemi fisici, lo farò lasciando non opere artistiche ma la forza della mia azione” chiude poi il suo discorso ricordando il sindaco suo conterraneo, Giorgio La Pira, che ha contribuito a far rinascere Firenze nel sociale, amando i piccoli cittadini.

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Comunità Incontro: XXV Anniversario di apertura del Centro di Noto “C. Paradiso”

Giorno 27 aprile ricorre il 25° Anniversario della fondazione del Centro “C. Paradiso” di Noto, della Comunità Incontro di D. Pierino Gelmini. Un appuntamento giubilare che segna una tappa importante nel cammino di testimonianza della Carità a favore di tanti giovani, cui è offerta l’opportunità di recuperare il senso della vita, che hanno smarrito e che li ha portati all’illusione di colmare i vuoti esistenziali ricorrendo all’alcool,  alle droghe, alle pasticche, alla ricerca di paradisi artificiali. Questo come conseguenza di una cultura del tutto, subito e senza impegno.
Un cammino iniziato grazie all’intuizione del Vescovo emerito mons. Salvatore Nicolosi che, sollecitato dalla morte per droga del giovane netino Corrado Paradiso, volle dare una risposta concreta ad un fenomeno che rapidamente assumeva proporzioni devastanti anche nel nostro territorio. Interpellò allo scopo don Pierino Gelmini, fondatore della Comunità Incontro, che già da anni portava avanti proficuamente l’esperienza in Italia e all’Estero, il quale accolse prontamente l’invito e diede vita al Centro di Noto, inviando subito dopo, nel gennaio 1986, i primi sette ragazzi: Luca Pettinicchio, primo responsabile, Marco Quacquarini, Domenico Faillace, Daniele Ghirardello, Francesco Caldeo, Marcello Massaro.
Durante questi anni, la Comunità è stata punto di riferimento per tante famiglie e giovani che vivevano il dramma della solitudine, della disperazione a motivo della droga; inoltre, essa ha rappresentato un chiaro messaggio di vita e di speranza, perché, come dice don Pierino, non ci sono persone irrecuperabili; solo l’amore permette di rinascere, di ripartire, di dare nuovo slancio alla vita. Attraverso la “Cristoterapia”, amore incarnato, don Pierino ha tracciato un percorso basato sul confronto, la condivisione, il lavoro e l’acquisizione del senso di responsabilità, che ha permesso a tanti giovani di dare una svolta decisiva alla loro vita e a riscoprire i valori della famiglia, della solidarietà, della partecipazione alla vita civile.
Anche le scuole, la associazioni, le parrocchie del territorio della Sicilia Sud Orientale hanno usufruito dei frutti del Centro, grazie alle testimonianze dei ragazzi recuperati e agli interventi dei Coordinatori che hanno collaborato a diffondere la cultura della vita e dell’impegno.
 Far memoria di tale evento non è semplice ricordo, ma un riconoscere quanto si è fatto per trovare l’energia per continuare a fare, possibilmente sempre di più e meglio, per augurare ai ragazzi del Centro di continuare a lottare perché se ce l’hanno fatta gli altri possono farcela anche loro e per manifestare a don Pierino, benefattore dell’umanità, gratitudine, affetto e ammirazione per il servizio che continua a svolgere con determinazione e amore, per dirgli di continuare senza stancarsi e di riprendersi al più presto perché i suoi figli dell’amore hanno bisogno del padre che li accompagni nel cammino.                                   

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Consacrazione altare Cuore Immacolato di Maria in Crocevie – Modica

Giorno 10 aprile il nostro Vescovo, Mons. Antonio Staglianò, ha consacrato il nuovo altare della parrocchia Cuore Immacolato di Maria in Crocevie a Modica in occasione della sua riapertura. Consacrare un altare è un gesto molto impegnativo e significativo. Significa che noi dobbiamo continuamente convertirci a quanto si celebra su quell’altare e a quanto da quell’altare è simboleggiato: il sacrificio di sé che Gesù ha fatto («Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per le persone a cui si vuol bene!»). Celebrando su questo altare noi siamo chiamati a conformarci a ciò di cui facciamo memoria, ha ribadito il nostro Vescovo durante la sua Omelia molto toccante ed energica. Momenti di emozione hanno dominato la celebrazione attraverso i segni dell’acqua, del Sacro Crisma sparso sulla nuova mensa e dell’incenso la comunità, stretta attorno al suo Pastore, viene ad essere rigenerata nel culto e nella fede.
Un grande scrittore cristiano dei primi secoli, Origene, afferma: «Se vero altare è Cristo, capo e maestro, anche i discepoli membra del suo corpo, sono altari spirituali. E, secondo un’altra immagine assai frequente negli scrittori della Chiesa, i fedeli sono essi stessi pietre vive con le quali il Signore Gesù edifica l’altare della Chiesa». È necessario che anche noi diventiamo “altari spirituali”, “pietre vive con le quali il Signore Gesù edifica l’altare della Chiesa”. Saremo in grado di farlo se terremo viva la coscienza di quanto ci viene donato, nella celebrazione liturgica, proprio a partire dall’altare: il corpo spezzato e il vino versato, alimento celeste che si dona a noi. Uniti a Gesù da una profonda comunione di fede e di amore, anche noi potremo offrire continuamente, con la nostra vita, «un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome». Concretamente un’esistenza vissuta come quella di Gesù.
Mentre rendiamo grazie al Signore che ci fa questo grande dono che è la consacrazione di questo altare, chiediamogli fiduciosamente la grazia di poter sempre accostarci ad esso con fede e grande disponibilità, per poter conseguire i frutti di vita che il Signore, proprio da questo altare, generosamente ci offre.

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Butembo: Sacerdoti assaliti da militari

Nella diocesi di Butembo Beni, uno dei problemi sociali più gravi è costituito dai soldati non ancora rientrati dalla guerra. Si tratta di militari segnati profondamente dagli orrori della guerra, squilibrati mentalmente, che agiscono con violenza contro ogni ragione, spesso sotto l’effetto di droghe. Sono come mine vaganti, un incubo per la popolazione. Negli ultimi giorni, ancora due preti  ne sono rimasti vittime, in due momenti diversi.
Il primo episodio riguarda Pascal Mumbere, un giovane sacerdote di 30 anni. Fino a un mese fa è stato viceparroco nella parrocchia di Bingo, gemellata con la parrocchia Sacro Cuore di Modica. Ora è viceparroco nella nuova parrocchia di Visiki.
È visibilmente scosso mentre ci ritroviamo a parlare nella procure  di Butembo, dove è venuto per alcuni giorni al fine di riprendersi un po’ dallo shock. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo si trovava in un villaggio della foresta, Kanyatse, a cinque giorni di marcia  a piedi dalla chiesa parrocchiale, per la tradizionale visita di Quaresima ai fedeli sperduti nei meandri della giungla equatoriale. Ed ecco che, nel mezzo della notte, è costretto a svegliarsi di soprassalto. Dei militari sfondano la porta e Pascal se li ritrova dinanzi, senza aver avuto neanche il tempo di scendere dal letto. Cercano denaro. Pascal svuota per terra la borsa con i pochi spiccioli delle offerte raccolte durante la visita. I militari lo costringono a stendersi con la faccia a terra, minacciando di ucciderlo se non tira fuori altri soldi.
Mentre Pascal pensa di essere giunto ormai al termine della vita, fuori si sente un grido. È il vecchio catechista che accompagna Pascal nella visita. Svegliato anche lui dallo sfondamento della porta, lancia l’allarme. I banditi si precipitano fuori. Si tratta di pochi attimi. Pascal, approfittando di quella distrazione e del buio della notte, balza anch’egli fuori e scappa. Corre come un forsennato nella foresta, nudo e scalzo, incurante  degli arbusti spinosi che gli lacerano le carni. Mi mostra ora le ferite ancora vive. Corre a mozzafiato per un’ora intera, con il terrore di essere inseguito. Si ferma soltanto quando arriva al fiume. I militari intanto picchiano il catechista e lo lasciano a terra mezzo morto. Ma secondo i medici, se la caverà.
L’altro episodio è avvenuto proprio ieri sera, sabato 2 aprile. A fare le spese della violenza dei militari sono stati Faustin Kinda e Ghislain Katsere, entrambi viceparroci a Maboya, gemellata con la parrocchia San Giuseppe di Pachino. Quando già era buio, si sono offerti di accompagnare a casa, con l’auto della parrocchia, una povera donna che, proveniente dall’ospedale a seguito di un intervento chirurgico e ancora molto dolorante, era rimasta in strada per un guasto al taxi su cui viaggiava. Sulla strada del ritorno, alle ore 20 circa, i due sacerdoti si sono imbattuti in quattro militari. Il ritornello è quello di sempre: il denaro. Ghislain e Faustin non hanno altra scelta e sono costretti a sborsare il poco che hanno e i telefonini. I militari intascano il malloppo e sembrano lasciare andare senza altri problemi i due malcapitati, ma ecco che si scatena la violenza fine a sé stessa: Faustin è già risalito sull’auto, quando un soldato gli si accosta e gli spara a bruciapelo alla gamba. La pallottola trapassa l’anca da parte a parte, fortunatamente senza toccare l’osso. I militari si allontanano apparentemente soddisfatti, sogghignando fra loro.
Vado a fare visita a Faustin all’ospedale Matanda di Butembo, dove stamattina ha subito l’intervento chirurgico. Ancora non si è ripreso bene dall’anestesia ma soprattutto dallo shock. Accanto a lui è Ghislain, che mi racconta l’accaduto nei particolari. Sono presenti anche alcuni confratelli sacerdoti, con i volti sgomenti. A chi gridare queste ingiustizie, quando lo Stato e la legge sono ancora senza struttura e vigore? Solo la fede dona la forza di andare avanti e di credere in un domani migliore, nonostante tutto.

Modica. Rito “crisci ranni” e convegno sulla città

Si riprenderà quest’anno a Modica l’antico rito pasquale con cui al suono delle campane di pasqua i genitori lanciavano in alto in bambini augurando appunto “Crisci ranni!”, legando il diventare grandi al grande significato della festa cristiana per eccellenza. Con la partecipazione di scuole. parrocchie, associazioni (a iniziare dall’Avis) il giovedì dopo pasqua – 28 aprile – nell’area della Fontana alle 18, mentre suoneranno le campane della città, si racconterà e rivivrà il rito e per l’occasione si avvierà il progetto del Piano socio-sanitario di zona “benvenuto cittadino”: Si farà quindi festa con musica e cibi pasquali. Il giorno successivo si cercherà di cogliere le valenze ordinarie del rito, attraverso un convegno sull’educare nel nostro tempo, che si terrà dalle 18 alle 21 di venerdì 29 aprile alla Domus S. Petri. Si prevedono relazioni di padre Giovanni Salonia, direttore dell’Istituto di Gestalt, e della professoressa Giuliana Martirani, docente nell’università di Napoli ed esponente molto nota in tutta italiana dell’educazione nonviolenta. Concluderanno il convegno il Vescovo di Noto Mons. Staglianò e il Sindaco di Modica. Le due iniziative si innestano nel cantiere educativo “Crisci ranni” con cui da mesi si sono attivati da parte della Caritas diocesana e della Casa don Puglisi laboratori e percorsi educativi nell’area attrezzata padre Basile alla Fontana.

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Quinta Domenica di Quaresima: Domenica di Lazzaro

I   temi  delle  precedenti   domeniche  convergono   in   felice   sintesi nell’odierna celebrazione: Gesù, sorgente dell’acqua viva (III dom.) e della luce (IV dom.), è colui che conferisce la vita a chi crede in  lui.   Le   tre   letture   sottolineano   la   medesima   realtà:   solo   la forza   dello   Spirito   fa   rifiorire   la   speranza,   scioglie   i   legami della morte e restituisce la vita in pienezza. L’uomo è radicalmente impotente di fronte alla forza della morte. Sintomatico è il lamento degli esiliati a Babilonia: « Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza  è finita»  (Ez  37,11).  Ma  Dio  rassicura  il  suo  popolo: questi  « conoscerà »  il  Signore, farà cioè esperienza  diretta  della sua potenza vivificante  (cf  1″  lettura).

Riflessione del Vescovo di Noto Mons. Antonio Staglianò

Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Io sono la risurrezione e la vita (Gv 11,1-45)

 “Lazzaro vieni fuori”: con queste parole Gesù “risuscitò” Lazzaro morto da quattro giorni, cioè definitivamente morto. La sua parola è potente, è capace di ridonare la vita, poiché è la “Vita in persona”, Colui che ha il potere di donare la vita e di riprenderla di nuovo. E’ chiaro, quella di Lazzaro non è come la risurrezione di Gesù stesso dopo la sua morte in croce. E’ più un risuscitamento che una risurrezione: Lazzaro viene riportato alla vita terrena che lo porterà ancora a morire. Diversamente Gesù entra nella Vita eterna che non muore mai più. Eppure questo miracolo – come ogni altro miracolo compiuto da Gesù – è come un simbolo straordinario che annuncia qualcosa di veramente nuovo, una speranza certa: la morte non è l’ultima definitiva parola sull’uomo; l’uomo è per l’immortalità in Dio, è per la risurrezione dai morti, perché Dio è il Dio dei vivi e non dei morti. Certo, occorre credere, aver fede, sperare contro ogni speranza, possedere occhi nuovi sulla vita e sulla morte.
La morte fa paura a tutti, specialmente quanto è prematura e tocca magari l’innocente: perché si muore così, si domandano in tanti, mentre la maggior parte evade dall’interrogarsi stordendosi con i “rumori e gli abbagli” dell’esistenza o anestetizzandosi con certi sofismi del tipo: “non devo aver paura della morte perché quando viene, io non ci sarò più e fino a quando io ci sono, la morte non verrà”. Raccontatelo però a certi genitori, a certe mamme che piangono – come Rachele, la quale non vuole essere consolata perché i suoi figli non ci sono più – i figli tragicamente scomparsi, vite spezzate incomprensibilmente, proprio nel bel mezzo della gioia di vederli crescere, sani, belli. Troppe volte la morte mostra la sua inimicizia verso gli uomini con la sua falce oscura e tenebrosa, ci raggiunge alla sprovvista e colpisce insanabilmente gli affetti degli uomini. La domanda sulla morte resta sempre comunque insoluta.
Tragicamente si viene avvolti da una realtà nuova che sembra non appartenerci, ci piomba addosso, ci travolge e cambia tutto in un istante, ci coglie alle spalle ferendoci irrimediabilmente. Il racconto del Vangelo sulla morte di Lazzaro ci presenta una scena totalmente angosciante.
La narrazione sviluppa elementi a prima vista un po’ strani. Considerando il preambolo dell’autore del quarto Vangelo, Gesù, essendo amico di Marta e Maria, avrebbe dovuto precipitarsi subito per guarire il fratello Lazzaro. Si resta però molto sorpresi nel vedere come Gesù, il taumaturgo, non si scomponga per niente dinanzi alla notizia della grave malattia di Lazzaro e addirittura si fermi altri due giorni nel luogo dove si trovava. Cristo, che è per noi il Salvatore, non ascolta? Non si interessa? Non viene in nostro soccorso? Sono interrogativi che sintetizzano bene lo sconforto che assale quanti percepiscono la “sordità di Dio” di fronte al loro grido di aiuto, rivolto a un Padre di misericordia e di perdono in quelle estreme conseguenze in cui ci si ritrova di fronte alla malattia grave. Misteriosa è la risposta di Gesù: questa malattia è per la gloria di Dio, perché il Figlio di Dio venga glorificato! Gesù ricorda ai suoi discepoli che mentre è giorno non può esserci il buio: la stessa Luce che aveva illuminato gli occhi del cieconato, ora non solo riporterà in vita il povero Lazzaro, ma permetterà a chi crede in Lui di non inciampare, di essere illuminato nel proprio cammino.
Nella comunicazione che Gesù fa ai suoi discepoli sembra esserci un equivoco: Gesù parla di sonno; i discepoli pensano al sonno come riposo; bisognerà attendere che il Maestro dipani l’enigma del sonno rincarando la dose; Lazzaro è morto e Gesù è contento di non essergli stato presente? Un discorso simile lascia sgomenti. Dietro però c’è la visione pedagogica del credente: la permissione della morte di Lazzaro diviene occasione per professare la propria fede nella risurrezione dai morti, questa fede redime il discepolo e lo rende vittorioso sulla paura della morte. “Dov’è o morte il tuo pungiglione, dov’è o morte la tua vittoria”. Niente e nessuno potrà separare il discepolo dall’amore vittorioso di Dio sulla morte: l’episodio di Lazzaro anticipa la verità che la fede delle sorelle attestano. Dio non ci lascia mai soli nella morte e per farlo distrugge la morte nelle su radici più profonde, convertendone la direzione ultima: la morte ci vuole abbattere e disperare, pretende che noi chiudiamo gli occhi alla speranza, impone di seppellirci con i nostri cari defunti nella stessa bara, senza più energie e vitalità, senza più gusto per l’esistenza e per gli altri. No, proprio questo non deve accadere all’occorrenza del morire dei nostri fratelli.
Per Lazzaro non sembrano esserci più speranze, perché è da quattro giorni nel sepolcro. Per Maria la rassegnazione sta prendendo il sopravvento, lo sconforto e la delusione, perché se ne sta seduta. Per Marta invece la partita non sembra ancora finita: sa che l’arrivo di Gesù potrebbe far cambiare le cose. Nonostante la realtà dica altro, anche per Maria l’assenza di Gesù non è del tutto definitiva: l’esperienza fa stare coi piedi per terra … “se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”, la fede fa elevare il pensare al credere che, “qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. Gesù adesso è rassicurante non solo per il futuro, non solo perché c’è, ma soprattutto perché è Lui risurrezione, cioè la rinascita, è in Lui che chi muore vive, è in Lui che la trascendenza dell’Eterno Dio vive vittoriosa nell’immanenza storica delle nostre miserie, anche e soprattutto quelle della morte.
Ora, è certo: davanti al dolore dell’uomo Dio non se ne sta a guardare. Forse noi vorremmo che lo impedisse, che facesse virare il male altrove, che lo ostacolasse, ma piuttosto egli si fa prossimo, si avvicina, si unisce attraverso la commozione, con una immedesimazione profonda, capace di raggiungere la nostra identità: Lui diventa uno di noi e si mette al posto nostro, all’occorrenza, una volta per tutte e per tutti, colpevoli e innocenti.
Gesù si commuove, si turba, scoppia in pianto, mostra la sua vera umanità: questa umanità è tale nonostante Egli sia Dio, ma proprio perché Egli è il Figlio di Dio nella carne. In virtù del fatto che Egli è Dio può umanamente soffrire di più e più intensamente: è la sofferenza umana del Figlio di Dio. Egli ama con un cuore indiviso: ama l’uomo e l’umano e a suo favore interviene con il “dito di Dio”. Perciò, da un lato, è capace di soffrire con l’uomo, dall’altro manifesta la gloria di Dio. D’altronde questa malattia non era per la morte ma perché il Figlio di Dio venga glorificato. Dio non permette il nostro annullamento perché lo ha già assunto su di sé e, pertanto, se crediamo vedremo la gloria di Dio!
Quand’anche la nostra vita sembra essere oppressa da ogni parte non sarà mai schiacciata, se crediamo. La fede riempia di ottimismo la nostra vita. Noi non siamo soli. Il Signore, risurrezione e vita in eterno, è con noi, l’Emmanuele. Il ritorno alla vita è il frutto di una umanità semplice che trova la sua testimonianza in tutte quelle mamme e quei papà che non disperano di vedere i propri figli guarire, in tutti quelli che sperano di ritrovare il lavoro perduto, in tutti quelli che si riconciliano coi propri cari, in tutti quelli che ritornano ad essere uomini liberi dalle schiavitù di un mondo che ci vuole ancora imprigionati da un pessimismo esasperato.
Si, importa ora dare alla fede nel “Signore della vita” uno spessore umano e pratico che non può essere rinchiuso semplicemente nel “religioso”, nel rituale: è nelle opere di carità fraterna, nelle opere di misericordia corporale che mostriamo una vita rinnovata e risorta, testimoniamo che veramente il Signore è capace di convertirci, di cambiare il nostro cuore, di liberarci dalle nostre morti e di risuscitarci a vita nuova.

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XIX Convegno Internazionale per L’Educazione alla Pace

Nei giorni 6-7-8 Aprile 2011, a Scicli, presso il Cine-Teatro si è svolto il XIX Convegno Internazionale per l’Educazione alla Pace sul tema “Le Religioni e la Pace”. Tra i relatori anche Mons. Antonio Staglianò era stato invitato a presentare la relazione sul tema “Le Religioni e la Pace”;  il Vescovo, non potendo partecipare al convegno per impegni improvvisi, ha delegato il Vicario Generale don Angelo Giurdanella che, dopo aver portato i saluti di Mons. Staglianò ai convenuti al convegno, ha letto la relazione.
Il  Vescovo ha incentrato il suo intervento sul rapporto tra le religioni e la pace, sottolineando che esso è  strettissimo, nonostante il ricordo delle cosiddette “guerre di religione” e che spesso il nome di Dio è stato usato ottusamente per praticare violenza e contrapporre gli esseri umani  gli uni contro gli altri. 
S.E. ha ribadito che l’uomo è chiamato con tutte le sue forze a collaborare perché la pace, trovi posto nel cuore di ognuno e in tutti gli angoli della terra. Questo implica il “dovere” di pregare per la pace, che, essendo un dono di Grazia che viene da Dio, deve essere richiesta e invocata incessantemente. È la preghiera che ci rende tutti fratelli, accomunati dal “desiderio di pace e ci infonde il coraggio di scelte improntante alla verità, alla giustizia e al perdono, perché non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono; il perdono è la via comune per l’impegno concreto a favore della pace!

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Sosteniamo il Seminario e le Vocazioni

«Date loro voi stessi da mangiare»  (Mc  6,37) è il titolo che accompagnerà  quest’anno il Giornalino del Nostro Seminario che, come di consueto, sarà distribuito a tutti i fedeli nella giornata ad esso dedicata.
Come da tradizione, nella nostra Diocesi, mentre la Domenica del Buon Pastore  (ovvero la domenica dopo Pasqua), è dedicata alle Vocazioni, la domenica di Pasqua si celebra  la Giornata diocesana per il Seminario. La raccolta delle offerte di Pasqua, infatti, è destinata a sostenere il nostro Seminario. Come è noto esso è il luogo opportuno dove dei giovani , attraverso la vita fraterna attorno al Maestro, la preghiera e lo studio, cercano di discernere con l’aiuto della Chiesa la verità del loro desiderio di accogliere il dono del Sacerdozio ministeriale. Sono anni di paziente semina e di graduale scoperta di sé, dove ci si conosce e si prende consapevolezza, non solo del dono della presenza premurosa del Signore, ma anche dei tanti limiti che ci caratterizzano come uomini. Motivo per cui ci si domanda con frequenza: «Che cosa ho io da dare?» o «che cosa ha visto il Signore in me che io non vedo?» e l’unica risposta che si è in grado di dare è la classica: «Cinque pani e due pesci» che caratterizza ogni discepolo. Quindi, poco o nulla rispetto alla fame e la sete che il mondo presenta. Dentro questo disagio, però, il Signore continua a ripetere «Date loro voi stessi da mangiare».
Questa è la risposta spiazzante che Gesù  consegna ai discepoli, nel vangelo di Marco, quando, nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, gli rivolgono la preoccupazione di tanta gente che deve necessariamente essere sfamata.  Lui stesso davanti a questa fame risponderà donando la sua vita
In questo numero del Giornalino abbiamo voluto seguire un piccolo itinerario che tenga conto di questo suggerimento di Gesù accoppiando ad esso un’ immagine plastica, cara all’iconografia cristiana dei primi secoli: il Pellicano. Gesù come il Pellicano consegna ai discepoli la sua carne e il suo Sangue.
Quindi  in questo numero i  seminaristi ci faranno il punto su:
1. la loro vita in Seminario
2. l’anno trascorso
3. l’itineranza vocazionale a Pachino e a Pozzallo
4. un esempio sacerdotale di dono
5. l’anno Propedeutico a Noto
Vi ringraziamo in anticipo per la vostra vicinanza nella preghiera, nell’affetto e nel sostegno economico che saprete darci secondo la generosità del vostro cuore.

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