Messaggio del Vescovo per la Quaresima 2012

Il viola è il colore di questo tempo. Sarebbe interessante scoprire perché si usa nei tempi forti, l’avvento e la Quaresima. Da ragazzo mi colpiva questo fatto: appariva il viola delle vesti sacre, e io capivo d’essere chiamato a un tempo di rigore, di sobrietà, di maggiore silenzio, persino di ascesi, con il digiuno. Crescendo, ho verificato nella mia personale esistenza come sia difficile convertire la mente e il cuore alla realtà vera della vita: non c’è infatti il paese dei balocchi, da nessuna parte della terra, nemmeno da noi. Eppure questo paese dei balocchi premeva con insistenza nella mia mente ed eccitava il mio desiderio. Tra l’altro era un sogno piuttosto diffuso in tutti, nei ragazzi, nei giovani e persino negli adulti: tutti in cerca del gusto della vita nel piacere della distrazione dalla realtà vera. Il divertimento – magari chiamato con altri nomi, solo apparentemente più nobili per mascherarlo, come “libertà dal lavoro” o “neutralizzazione dallo spirito di sacrificio” o “indipendenza dagli affetti dei pesanti legami” o, ancora, “autonomia nella realizzazione di sé” (e chi non ha detto almeno una volta “la vita è mia e me la gestisco io”) -, resta sempre il dogma di una vita vissuta all’insegna dell’illusione o della speranza aleatoria, del tipo, “questa volta gioco più denaro e sicuramente diventerò milionario”. Bravo: “gratta e … perdi”. Quanto è difficile ritornare alla realtà vera della vita, togliendosi le tante maschere, plurime, diversificate, tutte belle: Arlecchino, Pulcinella. Anche le più brutte.
            Non è un caso che, nella nostra tradizione, il Mercoledì delle Ceneri accada immediatamente dopo il carnevale: basta! E’ finita l’allegoria, il mascheramento. E’ ora di smettere di gozzovigliare: basta, ora è l’Ora, il tempo propizio per convertirsi alla realtà vera di ciò che siamo, di ciò che viviamo, stando con i piedi per terra e guardando in faccia la realtà.
 
            Abbandonare la stupidità dell’illusione per entrare “dalla testa ai piedi” – la Quaresima inizia dall’imposizione delle ceneri sul capo e finisce con la lavanda dei piedi del giovedì santo –, nel cammino che questo tempo forte ci propone: pentimento e servizio. Non è cosa semplice. E’ necessario un tempo di quaranta giorni, opportuno e adeguato per “svegliarsi dal sonno” e attendere con vigilanza alla salvezza, cioè alla liberazione della nostra libertà da ogni forma di schiavitù, dentro e fuori di noi.
            Il peccato è il nemico principale della nostra libertà. La lotta contro il peccato – soprattutto durante la Quaresima – deve essere fatta in nome della nostra libertà. Siamo venuti al mondo per essere liberi e non dovremmo sopportare di svenderci per niente e a nessuno. Il peccato è svilimento, deriva, disumanizzazione, lontananza dalla bellezza che è in noi, anestesia corporale e spirituale che rende immobili, atrofizzati, freddi, insopportabilmente incapaci del calore dell’amore. Eppure, per coloro i quali vogliono prendere sul serio la propria libertà in tempo di Quaresima, il dramma non sarebbe poi tanto il peccato: alla fine, chi tra noi non è un peccatore?
Il riconoscersi peccatori, questa è la tragedia. In una cultura che al limite può/vuole ammettere i propri errori – errare humanum est, sbagliare è umano -, anche il cristiano fa fatica a riconoscere il proprio peccato e a chiederne perdono. Il confessionale resta vuoto, non solo perché il prete non ci sta (e occorre invece, specie in Quaresima, dettarsi dei tempi per “stare” a disposizione per le confessioni, abitando il confessionale), ma soprattutto perché gli umani si sono convinti di non peccare, perché “i peccati tradizionali” sono diventati costume diffuso, quando non addirittura motivo di orgoglio: tradire il legame sacro dell’amore coniugale, rubare, bestemmiare, deturpare l’ambiente, sfruttare il lavoratore, calunniare, ingiuriare, smentire l’alfabeto di base dell’affetto vero etc. etc. (si potrebbe continuare in una lista infinita) non sono più identificati come “peccati” da confessare. Intanto cosa va in rovina? La qualità della nostra relazione umana e del nostro legame sociale: gli affetti più sacri sono puntualmente offesi e calpestati, i legami più veri sono di continuo infranti e disattesi, non solo tra i giovani, ma anche e soprattutto tra gli adulti (i quali per lo più vivono nell’idolatria della loro interminabile giovinezza e nella morsa della sindrome di Peter Pan: hanno paura di crescere e di invecchiare).
 
            Allo specchio di questa condizione post-umana della nostra cultura narcisistica dell’amore di sé in faccia alla sofferenza dell’altro e degli altri (fossero anche mogli e mariti o figli abbandonati per l’esigenza di “rifarsi una vita” secondo l’etica “della vita è mia e me la gestisco io”), la Quaresima resta il tempo propizio per ritornare in se stessi, cioè nella verità di sé, scoprendo le radici sostanziose e belle del proprio sé in verità: siamo dono, apertura, dedizione, cura, capacità fraterna, relazione amativa, comunione fino al sacrificio, amore. Si “noi siamo amore”. Ed è bello scoprire che è questa la rivelazione del Dio dei cristiani: “Dio è amore”. Un’affermazione su Dio che immediatamente si ripercuote nello svelamento di quello che sono io: “io sono amore”. Di meno, c’è il peccato che mi schiavizza e deturpa, di più c’è la bellezza cui sono destinato, a vantaggio di tutti e per la mia salvezza, per la mia liberazione, per l’affermazione della mia libertà.
            In Gesù, Dio mi è diventato prossimo, vicino, compagno di strada. La prima conseguenza di questa scoperta di fede è che nessuno è così solo da non essere guardato da Dio con uno sguardo di misericordia. Questa vicinanza di Dio getta luce sulla mia vera identità: “io sono fatto come Lui, prossimo, vicino, fratello per tutti, figlio suo”. Lo sguardo di Dio scopre la mia dignità, la mia bellezza. Niente e nessuno può togliere questa dignità e bellezza, perché nessuna potenza mondana potrà distogliere Dio dal guardarmi così, come un Padre vero guarda suo figlio. Lo sguardo di Gesù è il modo in cui Dio continuamente mi guarda ed è una visione di grandezza che nemmeno la morte – da cui sono stato riscattato con la sua risurrezione–, mi renderà opaca. Anche le tenebre del peccato sono vinte dalla misericordia di Dio: in Gesù, Dio resta sempre fedele al suo sguardo, continua sempre ad amare. Riconosci nel pianto di Pietro la potenza di un Dio che ama anche in faccia al tradimento più grande, perché guarda in te la bellezza e la dignità che resta nonostante ogni peccato.
 
            Da qui comincia la conversione vera: sapere che Dio è sempre disponibile al perdono e attende che un sussulto della libertà del figlio umilmente lo chieda. Non rinfacciargli questo fatto: che Dio esiga da te che tu gli chieda perdono. Non ribellarti alla necessità che sia tu stesso a “ritornare da Lui”: è una necessità dell’amore. Dio infatti ama in libertà e urge la libertà del tuo amore e non vuole essere subito, perciò non ti impone il suo amore. Te-lo-pone dinanzi, incoraggiando la tua libertà ad accoglierlo nell’assoluta gratuità del solo donarsi, senza misura, senza baratto, senz’altra intenzione se non quella di svelare la dignità e la bellezza del tuo essere figlio.
            Figlio o libero? L’essere figli in casa del proprio padre, quando è Dio ad essere Padre – secondo la rivelazione di Gesù e la predicazione del cristianesimo -, allora si è veramente liberi. Per tutti lo ha saputo e scoperto il “figliol prodigo”, per ciascuno di noi lo ha mostrato e predicato a Nazareth proprio Gesù. E’ poi straordinario il fatto che nella lingua latina “liber” significhi “figlio”. La lotta per la nostra libertà è la possibilità della conquista della verità del nostro essere figli, generati nel Figlio di Dio, “figlio nel Figlio”. Ecco l’avventura della fede a sevizio della libertà. Non è questa una chiacchiera o una teoria interessanti, è invece una forma pratica della vita, una rivoluzione sociale, un esercizio della politica.
 
            La Quaresima è tempo propizio per dire a noi stessi e a tutti che non vogliamo rassegnarci a un cristianesimo “che applaude senza convinzione e bacia senza amore”. Così non vorremo rassegnarci ad una religione che sfiocca – esibendola nei rotocalchi e nelle televisioni, come anche nelle nostre celebrazioni liturgiche – certa banale elemosina (non importa quanto sia la quantità del capitale investito) chiamandola con il nome solenne di “carità”. Charitas Christi urget nos (2 Cor 5,14), urge la carità di Cristo in noi, per noi, attraverso di noi. Solo la carità è il linguaggio del cristiano: la carità svela il figlio in noi e la nostra vera libertà. Questa carità è però coinvolgente. Esige l’immersione della vita nel gesto caritatevole, richiede di onorare la giustizia della relazione umana e si fa nella verità di sé e dell’altro. Non è poi così difficile, perché è gesto impossibile nell’autonomia delle proprie forze, ma facilissimo nel ritmo della potenza dello Spirito di Dio che ci in-abita e si rende liberi e veri. Lo ha promesso Gesù: lo Spirito ci porterà alla verità tutta intera che ci renderà liberi e allora saremo veramente liberi.
Da qui sorge un umanesimo cristiano capace di sfidare le relazioni dis-umane dell’indifferenza del tempo presente. Come è potuto accadere che l’egoismo della nostra doverosa privacy ci inoltrasse negli abissi disumani del disinteresse per l’altro (anche quando l’altro portasse il volto del proprio padre o madre, o fratello e sorella, parente amico, vicino di casa)? Come è stato possibile che la sovrabbondanza materiale, la ricchezza della nostra sazietà ci ha fatto smarrire il senso del volersi bene, dell’aprire gli occhi sui bisogni dei fratelli, rendendoci avidi e insensibili nei confronti del bene degli altri e del bene comune?
 
Ecco la sfida della Quaresima: Dio in Gesù scommette ancora su di noi. Azzarda l’ipotesi (ma, per Lui è una visione chiarissima) che la bellezza e la dignità del nostro essere figli suoi è potenziale sufficiente per ridare un’anima alla nostra vita reale e alle nostre società intristite dall’individualismo narcisistico e dalle chiusure egoistiche di chi pensa solo ai propri interessi.
In questa direzione va quanto ho appena ascoltato da un grande teologo italiano- don Pierangelo Sequeri: è indispensabile oggi “creare una nuova comunità, raccolta intorno a Gesù capace di mostrare visibilmente che l’agape di Dio vuole agire tra gli uomini e abitare il mondo e di fatto lo abita”. Questo comporta l’avventura storica dei figli di Dio (la manifestazione della libertà dei figli di Dio in gestazione in questa creazione) di “togliere l’ossigeno possibile – a cominciare dal pensiero – al monoteismo libidico del Sé e all’irreligione dispotica dell’Io”: vera e propria odierna religione del vitello d’oro che produce il disumanesimo della distanza e dell’indifferenza dall’altro, dell’immunizzazione rispetto ai suoi bisogni, nel tradimento concreto della prossimità di Dio all’uomo, inaugurata da Gesù. Insomma, di amore per se stessi si può solo morire e far morire gli altri. Solo la Carità (la pro-esistenza, la pro-affezione) ama e porta l’amore a dilatarsi, facendo vivere tutti nella gioia e nella felicità desiderata da ogni cuore. Allora, la Carità urge: ne va della vita, della nostra reale vita umana. Si, è una questione di vita o di morte. Tanto importante è la Quaresima nella vita delle persone e in particolare per i cristiani. Stando così le cose, la Quaresima non è questione di “anime belle” e di “pie devozioni”, è piuttosto profezia di una vita che si converte e cambia, che si decide una volta per tutte per il Signore, per la sua umanità, per la bellezza e dignità del proprio essere umano, figlio, libero.
 
Le profondità di questa conversione sono misurabili dall’amore sconfinato del Crocifisso, il quale non solo soffre e muore per solidarizzare con gli innocenti, ma anche e soprattutto soffre e muore per espiare per i colpevoli. A questa libertà straordinaria (l’unica “vera”) sospinge l’amore, urge la Carità. Non si può estetizzare il simbolo singolare del cristianesimo – la croce del Crocifisso -, per ridurne la “sua” verità, la “sua” bellezza a emozionalismo sentimentale o, peggio, a pietismo consolatorio. C’è là dentro una emozione infinita e soprattutto una pietà immensa, ma sono di tutt’altra natura, quella dell’amore che accoglie tutto il dolore del mondo per trasformarlo e redimerlo, cambiarlo dal di dentro, promuovendo liberazione e salvezza.  Nell’inaudita bruttezza di una condizione di condanna (e religiosamente parlando, di maledizione), causata dalla violenza dispotica del sacro, appare tutta la bellezza della “santità ospitale” di Gesù che include, nella sua richiesta di perdono rivolta al Padre, i suoi stessi carnefici – «Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34) -, mentre Lui stesso concede il perdono all’uomo malvagio pentito all’ultimo istante – «oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). Lo scandalo cristiano della misericordia ha qui le sue radici. Qui dove splende lo sconfinamento dei limiti del sacro e delle sue leggi ferree e si manifesta la bellezza umana del “santo”: la libertà dell’uomo deve giungere fin qui, se vuole guadagnare se stessa, parola di Gesù, la Parola del Dio vivente.
Qui è la verifica più grande, rispetto alla quale – forse per tutti e certo per molti – il tempo di Quaresima non potrebbe bastare: dovremmo convertirci tutti dal sacro al santo, per scrutare e godere della bellezza di Dio,  là dove si trova, senza edulcorazioni, senza ammiccamenti, ma nella “sua” verità.
 
Nel mio messaggio di Avvento ho chiesto a tutte le comunità cristiane di trascrivere “insieme”, in una lista, quelle opere di misericordia corporale e spirituale che possono essere realizzate “insieme” dopo la celebrazione domenicale dell’eucarestia, per mostrare lo stretto legame esistente tra celebrazione rituale  nella liturgia e vissuto di carità. Immagino quanto sia lunga questa lista, frutto della vostra fantasiosa creatività nella carità. Ora, la Quaresima è tempo propizio per realizzare con coraggio quel proposito. Urge la Carità come creazione (generazione, per l’appunto, siamo figli, cioè liberi) di una nuova fratellanza. Il Papa Benedetto XVI nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno ci ha detto che «oggi il mondo soffre soprattutto di una mancanza di fraternità» e di fronte a una cultura che «sembra aver smarrito il senso del bene e del male, occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince […] il bene suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione». Occorre allora una rinnovata testimonianza cristiana che sappia accogliere l’invito a «gareggiare in carità, servizio e opere buone», poiché «il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere del bene, nell’amore di Dio». Forza e coraggio, dunque. Il Papa ce lo ha detto con insistenza: la carità è «il cuore della vita cristiana» e la Quaresima è una opportunità per tutti e non solo per i cristiani per riflettere e meditare e neutralizzare «il pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di “anestesia spirituale” che rende ciechi alle sofferenze altrui».
Il Santo Padre ci incoraggia con le sue catechesi e il suo illuminato Magistero a non indietreggiare nella manifestazione dell’amore, attraverso le opere di misericordia corporale. Un legame più stretto e un impegno più constante con il Papa – proprio nella direzione dell’esercizio della carità -, derivano alla Chiesa di Noto dall’avvenuta elevazione della nostra Chiesa Cattedrale a Basilica minore. Questa designazione non è (e non sarà mai) un orpello, ma piuttosto un appello alla nostra libertà a tradurre fattivamente quanto il Magistero universale della Chiesa ci insegna.
Muoversi nella carità con nuova fantasia e creatività è lavoro di tutti, come singoli e come comunità. Ognuno di noi può sempre “dare di più”: è uno spettacolo straordinario constatare che proprio in tempi di ristrettezza aumenti la solidarietà tra le persone e ci si riscopre fratelli nella comune dignità umana. La raccolta di generi alimentari per sopperire ai bisogni dei più poveri cresce, a testimonianza della larghezza del vostro animo. Con gioia grande constato che la festa di San Corrado si caratterizzerà quest’anno per una maggiore visibilità della carità, attraverso il gesto nobile dell’apertura della “mensa di accoglienza” per i più poveri: luogo di solidarietà e di volontariato, questa mensa potrà diventare una fucina e un laboratorio per cuori che si lascino sciogliere dall’amore-agape.
La carità però ha tante forme. Essa impegna anche a cercare, insieme agli uomini di buona volontà (specialmente quelli deputati a servire il bene comune) tutti i luoghi abitabili e gli strumenti utili per attivare processi di sviluppo reale del nostro territorio, allo scopo di risollevare il disagio economico e sociale nel quale tante nostre famiglie sono cadute. La firma del Protocollo d’intesa contro la crisi tra il vostro Vescovo e i sindaci dei nostri comuni sta già donando buoni frutti in diverse città ed è il contenitore giusto per realizzare un nuovo progetto globale e integrato con l’aiuto della Provvidenza. Ne abbiamo parlato il 14 Febbraio 2012 nella Sala degli Specchi del Comune di Noto e abbiamo aggiornato il nostro incontro al 14 Marzo prossimo. Ho molta speranza in quanto si sta facendo, mentre assicuro che la presenza del Vescovo su questi terreni (solo apparentemente estranei alla sua missione) è motivata soltanto dal servizio: è per altro un servizio di unità e di collante (amerei dire, di comunione) che esprime anche nel campo dello sviluppo sociale ed economico il sacramentum dell’unità nella Chiesa, espresso dal ministero episcopale.
 
A tutto questo vorrei aggiungere però una verifica interiore, per tutti quelli che intendono vivere un cristianesimo più generoso e vitale e non semplicemente anagrafico e superficiale. Mentre ci battiamo culturalmente (e lo faremmo fino all’effusione del sangue) – insieme a tanti uomini di buona volontà – perché il Crocifisso non venga tolto dalle scuole o da altri edifici pubblici, vogliamo verificare se proprio noi cristiani non abbiamo già tolto il Crocifisso dalla Chiese cattoliche? Come potrebbe accadere questa circostanza così irreligiosa proprio nel bel mezzo della nostra religione? Molto semplice, tanto è un rischio di una ovvietà inaudita in certo cristianesimo da parata, senza impegno serio nella vita quotidiana. Lo avremmo fatto ogni volta che la mentalità giustizialista di oggi ha impedito ai cristiani di percepire la bellezza del Crocifisso nel perdono ai propri nemici, secondo la parola di Gesù: «a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27).
Ascoltiamo in merito un profeta dei nostri tempi, don Tonino Bello, defunto vescovo di Molfetta, e lasciamoci verificare interiormente dalle sue parole illuminate e sapienti, frutto del suo amore per la Chiesa e per un cristianesimo evangelico, capace di comunicare la prossimità di Gesù Cristo agli uomini di oggi, specie ai poveri, agli afflitti, ai sofferenti: «come i Corinzi anche noi, la croce, l’abbiamo “inquadrata” nella cornice della sapienza umana e nel telaio della sublimità di parola. L’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. Le rivolgiamo inchini e incensazioni in chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi della sua logica».
I nostri denigratori incoraggiano un cristianesimo senza mordente, abbassato alle logiche mondane del loro perbenismo e non vogliono accettare lo scandalo della bruttezza della croce, nel quale può splendere la bellezza solo di Dio. La bellezza è quella dell’agape di Dio che splende nella misericordia confermata come possibile a tutti i colpevoli e i peccatori, splende nel dono del suo amore, del suo dono-per, cioè del suo per-dono, mentre la croce è brutta in ogni senso, senza la sua Carità.
In questo modo, la Croce si collega al Natale, chiedendoci di avere occhi di fede, per scrutare la bellezza di Dio nei luoghi della più cruda bruttezza: infatti, nella bruttezza amara di una grotta senza niente (“al freddo e al gelo”, nella mancanza totale di ogni compassione umana per una donna che deve partorire il figlio) si potrà notare la bellezza di un nascituro – il Figlio eterno di Dio -, il quale ci comunica la nostra vera dignità di essere umani, a prescindere dalla nobiltà del nostro nascere e del nostro possedere. Nascessimo senza niente, come Lui a Betlemme, saremmo lo stesso degni di amore, perché esseri umani, e saremmo lo stesso “amore”, capaci di dono, di amicizia, di fraternità.
 
Attenzione: quando nell’estetismo religioso si pretende “velare la bruttezza della croce”, perché se ne afferma superficialmente la bellezza, a prescindere dalla sua verità di perdono misericordioso e di riscatto salvifico dalla colpa (= unica bellezza esistente in questo segno), allora ordinariamente su quella croce vengono inchiodati – proprio dal nostro devozionismo religioso – i nostri nemici (quando non anche i nostri stessi amici). Allora, il Crocifisso non ci parla più della “bellezza scandalosa” di un Dio che muore per tutti, anche per i colpevoli, per i quali invoca il perdono, ma diventa solo un “idolo-insegna” dei nostri desideri di vendetta. E però, in questa esperienza religiosa impazzita, il cristianesimo non c’è più e, ovviamente, non c’è la croce di Cristo che invece si identifica e si riconosce in ogni gesto umano, capace di dono vero, quello che spinge il dono della vita fino a morire per amore. La bellezza dell’amore ha già salvato il mondo: nessuno infatti ci può separare da questo amore in Cristo Gesù, risorto dai morti.
 
Croce
Tu reggi il mondo
Sospiro ultimo
Ultimo e muto
Capirti Croce
Non dominarci
servici
 
Stabat mater dolorosa, sotto la croce sta Maria, là dove urge la carità di un dono smisurato e di un abbandono pieno di fiducia nel Dio che salva oltre ogni apparenza oscura. Come Maria, apprezziamo la “bellezza misteriosa” della croce di Cristo che urge in noi la carità.
Nella preghiera a Maria SS. Scala del Paradiso e a San Corrado Confalonieri, vi auguro di cuore una buona Quaresima e una santa Pasqua.