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“Testimoni digitali”. Roma dal 22-24 Aprile

La rete sta cambiando non soltanto il nostro modo di informarci e di comunicare ma anche le nostre relazioni affettive. Questa consapevolezza porta la Chiesa ad interrogarsi sulla potenzialità che il “continente digitale” offre anche all’annuncio del Vangelo.

E’ questa la frontiera sulla quale si muoveranno oltre 1200 persone provenienti dalle 227 diocesi italiane per prendere parte al Convegno nazionale “Testimoni Digitali: volti e linguaggi nell’era crossmediale” che si terrà all’Hotel Summit di Roma dal 22 al 24 aprile 2010. Il Convegno si concluderà nell’Aula Paolo VI in Vaticano con l’udienza di Benedetto XVI ai partecipanti. All’incontro con il Papa sono attesi circa 8mila operatori della comunicazione e della cultura delle 36mila parrocchie presenti sul territorio italiano. Il convegno è promosso dalla Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali ed è organizzato dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei. Il convegno è stato lanciato domenica 24 gennaio 2010 dopo la celebrazione eucaristica presieduta da S.Em.za Card. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, nel Teatro delle Vittorie in Roma, trasmessa in diretta su RaiUno e su TV 2000. Una scelta dettata dal luogo legato all’attività del servizio pubblico televisivo e alla ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e delle comunicazioni sociali. Il convegno di aprile si aprirà con l’introduzione di S.E. Mons. Mariano Crociata, Segretario generale della CEI, e con Nicholas Negroponte, tra i massimi esperti di Internet mondiali, fondatore e Direttore del Media Lab del MIT. Seguiranno gli interventi di Mario Calabresi, direttore de La Stampa, del massmediologo all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Ruggeri Eugeni, di Paolo Peverini, semiologo della Luiss, moderati da Mons. Dario Edoardo Viganò, preside dell’Istituto pastorale Redemptor Hominis alla Pontificia università lateranense. Tra i relatori che si alterneranno nel corso delle giornate convegnisti che ci sono S.E. Mons. Claudio Giuliodori, Presidente della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni sociali della CEI, Chiara Giaccardi, docente di sociologia e antropologia dei media (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), padre Antonio Spadaro, redattore de La Civiltà Cattolica, padre Roderick Vonhoegen, fondatore e Ceo di The Star Quest Production Network, Guido Gili, sociologo della comunicazione alla Luiss di Roma, S.E. Mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, Francesco Casetti, direttore del dipartimento di Scienza delle comunicazioni all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, Michele Sorice, docente di sociologia della comunicazione e media research alla Luiss di Roma. 

Il momento clou sarà però sabato 24 aprile in Aula Paolo VI. Qui si terrà la sessione finale del convegno dal titolo “Il tempo dei testimoni digitali”. Introdurrà Mons.Domenico Pompili sul tema “Vino nuovo in otri nuovi”. Seguirà la tavola rotonda con Lorenza Lei, vicedirettore generale della Rai, padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, Radio Vaticana e Ctv, e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire. Sarà S.Em.za Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della CEI a porgere il saluto dei partecipanti al Santo Padre Benedetto XVI. 
Tutte le sessioni del convegno saranno trasmesse in diretta on line dal sito internet www.testimonidigitali.it dal quale è anche possibile reperire tutte le informazioni sul programma e compilare il modulo di accreditamento per i giornalisti e gli operatori radio-televisivi.

L’attuale versione del sito www.testimonidigitali.it gestita dallo staff di chiesacattolica.it e curata dal Servizio Informatico della CEI in collaborazione con la SEED Edizioni Informatiche è presente on line dal 24 gennaio 2010. Ad oggi ha registrato più di 400mila accessi e circa 63mila utenti unici.

Per ulteriori informazioni: media@testimonidigitali.it

 

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Noto 19 e 20 Aprile con Mons. Sigalini su sinergie e pastorale integrata

Lunedi 19 aprile alle ore 19,00 in seminario ci sarà l’incontro con mons. Sigalini del consiglio diocesano di “ACI e dei presidenti parrocchiali dal tema: “ACI, parrocchia e territorio un legame da rivitalizzare”. Invece martedi 20 aprile alle ore 9,30 alla casa del clero parlerà ai presbiteri e i diaconi sul tema: “Pastorale untegrata, sinergiedi comunione tra parrocchie, associazioni e movimenti ecclesiali”; nella serata alle ore 19,00 in Cattedrale Mons. Sigalini incontrerà tutti i giovani della diocesi sul tema: “Alla ricerca della felicità. Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”

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Mercoledì 21 Aprile a Rosolini incontro su “il fine della vita”

La Scuola di Formazione socio politica diocesana invita tutti all’appuntamento di Mercoledì 21, come previsto all’interno del programma della scuola. L’argomento (che verte sulle problematiche attuali inerenti alla parte terminale della vita, come l’eutanasia, l’accanimento terapeutico, il testamento biologico, ecc.), – come affermano i responsabili – è stato concordato all’inizio d’anno col nostro Vescovo, mons. Antonio Staglianò, e si rivela di estrema attualità, delicatezza e complessità.

Il titolo da noi scelto indica il taglio che abbiamo inteso dare all’argomento:  “Il fine… della vita”.  Abbiamo cioè voluto raccogliere il problema attorno all’idea che noi credenti abbiamo della vita, del suo senso e del fine che ci proponiamo nel viverla. Anche in questo caso, come per tutti i problemi socio economici, ci chiediamo anzi tutto anche adesso qual’è la visione di uomo, e di uomo credente, che deve sottostare e animarlo.

Merita l’attanzione di tutti questo argomento, e di quelli che vorrai invitare. Il relatore è Massimo Reichlin, docente di filosofia morale e di Bioetica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele. La presenza di uno degli esperti più qualificati sull’argomento dà ragione  del valore che abbiamo voluto dare a questo problema che attiene al mistero dell’uomo e della stima che nutriamo nei confronti dei membri della scuola e di tutti gli amici che la seguono con attenzione.

Vi aspettiamo a Rosolini, presso la consueta Sala Cine Teatro della Parrocchia di S.Caterina, Mercoledì 21 Aprile, alle ore 19.
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La storia di un prete in prima linea contro la pedofilia

Nelle ultime settimane si è parlato molto di pedofilia e di responsabilità all’interno della Chiesa Cattolica. A questo proposito, l’Elledici ha pubblicato di recente un libro dal titolo “Corpi da gioco” di don Fortunato Di Noto, pioniere nella lotta alla pedofilia e fondatore dell’Associazione Meter onlus (www.associazionemeter.org).

Nello spiegare le ragioni di un libro-intervista contro la pedofilia, don Giuseppe Maria Polizza, Direttore editoriale della Elledici, ha detto a ZENIT: “Già da tempo avevamo in programma un libro su questo triste fenomeno. Gli ultimi fatti poi ci hanno convinto quanto fosse necessario far vedere che esistono anche preti che la pedofilia la combattono e da anni”.

“L’intervista poi – ha aggiunto – si presta meglio per mettere in luce i punti caratteristici di un pensiero, oltre ad essere di facile lettura e agevole per molti”.

Infatti, ha spiegato don Polizza, “c’è molta confusione su questo argomento e molta mistificazione. La piaga si nasconde in tutti gli strati della società. Un tempo anche intellettuali di fama si vantavano di questo tipo di relazione. Oggi tutto questo sembra dimenticato e si puntano i fari solo sui casi di preti pedofili”.

“Don Di Noto enuncia alcuni elementi che, a mio parere, dovrebbero esser tenuti in gran conto nelle case di formazione – ha sottolineato il Direttore editoriale della Elledici –. Inoltre, sulla sessualità la nostra società è molto confusa, procede per slogan. Senza collegare quanto detto prima con quanto detto subito dopo”.

“Ma è interessante notare come al di là delle vicende tristi, stia emergendo una profonda domanda di santità – ha osservato infine –. Dal prete ci si aspetta Dio. Se il prete non dà Dio, allora è inevitabile che offra qualcosa d’altro e talvolta questo qualcosa d’altro è soltanto la sua povertà”.

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Pellegrinaggio Mariano delle famiglie il 25 aprile prossimo

Come ogni anno le famiglie della diocesi si ritrovano in compagnia di Maria per riscoprire e diventare “spazio della presenza di Dio”  nella realtà storica in cui ciascuna si trova per grazia di Dio. 

Desideriamo sollecitare fraternamente sacerdoti e famiglie per un rinnovato impegno in favore della “piccola chiesa domestica” e lo vogliamo fare alla scuola di Maria, nella prospettiva dell’Anno Sacerdotale, per essere nella storia al servizio di quella bellezza di cui è piena la terra. Inviatiamo tutti a farsi promotori della partecipazione di molte famiglie al Pellegrinaggio Mariano delle famiglie della diocesi il 25 aprile prossimo presso il Santuario della Madonna delle Grazie a Modica.

Insieme a tutti i sacerdoti della diocesi e alle famiglie discepole del Vangelo non possiamo non annunciare, celebrare e servire la buona notizia del matrimonio e della famiglia ricalcando l’itinerario compiuto dalla Vergine Maria che avanzò serbando fedelmente la sua unione con Cristo (LG 58).

Maria, sollecitata dalla carità, si reca in fretta da Elisabetta. Oggi ci sono tante “Elisabetta” che attendono e poca “fretta” da parte nostra nel donarci ad esse, andiamo da Maria per imparare la sua beatitudine, credere alla Parola, e diventare divinamente premurosi verso tutti i fratelli. Mentre confidiamo nella preghiera e nella collaborazione che ci darete, i responsabili dell’Ufficio diocesano di Pastorale familiare rinnovamo la loro disponibilità. 

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Video racconto sulla Visita del gemellaggio Noto-Butembo Beni

E’ stato appena prodotto e realizzato dall’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali il video racconto  sulla Visita di Mons Staglianò e della delegazione a Butembo-Beni nella quale si è rinnovato con il nuovo protocollo il gemellaggio tra le due chiese sorelle. La diocesi di Butembo-Beni ha accolto la delegazione della Chiesa netina dal 10 al 24 gennaio 2010. L’11 gennaio l’accoglienza a Butembo da parte del vescovo Sikuli Melchisedech e dal popolo dei fedeli. Nonostante le privazioni materiali, le sofferenze fisiche, le difficoltà quotidiane la gente di Butembo-Beni ha accolto i “fratelli gemelli” con tanta speranza, fede, sorrisi e canti di gioia.

Il Video presente nel DVD, il quale può essere richiesto prenotandolo a comunicazionisociali@diocesinoto.it , racconta la prima visita pastorale del Vescovo di Noto Antonio Staglianò e della delegazione composta da 8 sacerdoti e 39 laici con le immaggini di alcuni tra i momenti pubblici più intensi come l’inaugurazione di tre nuovi centri come una maternità a Mutwanga, una clinica universitaria intitolata a Grazia Minicuccio e una scuola a Butembo, ma anche la posa della prima pietra per la costruzione di un reparto di cardiologia intitolato a Pino Staglianò, fratello del vescovo scomparso prematuramente. E poi la consegna di 9mila bibbie in lingua swahili a catechisti e operatori pastorali, l’ordinazione di sei sacerdoti e cinque diaconi e il battesimo di 30 bambini.

Il DVD include anche il filmato di approfondimento “Noto e Butembo-Beni, venti anni di gemellaggio che riguarda la visita realizzata da Mons Crociata nel 2008”. 

Il Video è stato realizzato grazie alla gentile collaborazione di: Vincenzo Grienti per la Consulenza editoriale; Rosario Sultana per le riprese e le interviste; Marco Carli per il montaggio.

Il DVD è da oggi prenotabile per l’uso esclusivamnte personale presso comunicazionisociali@diocesinoto.it 

Guarda il Video>>
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Mons. Crociata: Media e sfida educativa

È dinanzi ai nostri occhi la serie di profonde e inarrestabili modificazioni del mondo della comunicazione in questi ultimi anni, soprattutto con l’avvento delle tecnologie digitali. Esse hanno finito con l’interessare, e in misura crescente, tutti gli aspetti della nostra vita; pertanto non sorprende che tematiche e problematiche legate al mondo della comunicazione oggi assumano un ruolo centrale nell’attenzione degli educatori oltre che, più in generale, dell’intera opinione pubblica.

 
Per queste ragioni dobbiamo essere grati all’AIART, che porta la nostra attenzione sulla delicata esigenza di tutela dei minori e della persona, dei valori e del sentire religioso, e svolge un lavoro culturale di promozione di un’informazione improntata a principi di indipendenza e di obiettività, di completezza e di apertura. Non sfugge nemmeno quanto sia prezioso il servizio di sensibilizzazione e di riflessione promosso dall’Associazione, mediante incontri, corsi e convegni come questo: c’è “fame” di suggerimenti, di proposte volte a illuminare l’esperienza e a orientare la pratica di genitori, di insegnanti e animatori.
 
Siamo tutti sempre più consapevoli dell’importanza della dimensione formativa, destinata a diventare sempre più decisiva davanti a quella che non può essere ridotta ad una mera rivoluzione strumentale. In realtà, siamo in presenza di un nuovo alfabeto, di un nuovo linguaggio che plasma una nuova cultura, nella quale cambiano diverse dimensioni del nostro essere e del nostro agire.
Cambia innanzitutto il modo di insegnare e quindi di trasmettere la ricchezza di una tradizione; cambia, ancora, la figura e la funzione dell’educatore; cambia, infine, il senso stesso dell’essere comunità: ad incontrarsi nella Rete è spesso quella che il card. Martini, ancora nella prima metà degli anni Novanta, definiva “una folla di solitudini”.
 
Naturalmente dobbiamo stare attenti a non accostare il “continente digitale” con approcci moralistici o comunque prevenuti; lo stesso Benedetto XVI, nel Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (16 maggio 2010), dopo aver rilevato la «pervasiva diffusione» ed il «notevole influsso» delle nuove tecnologie e aver ricondotto ad esse molti dei «grandi cambiamenti culturali» avvertiti «particolarmente dal mondo giovanile», dimostra di non temere il nuovo scenario; anzi, lo considera una «grande risorsa per l’umanità».
Per valorizzare queste potenzialità ci è chiesto, innanzitutto, di interpretare le nuove tecnologie non più come strumenti, ma come un ambiente, che trasforma il pensiero e la comunicazione («ciò a cui pensiamo e ciò con cui pensiamo», come scrive Neil Postman). Ci siamo ritrovati qui numerosi proprio perché ci sentiamo interpellati dalla cultura digitale; di più: perché avvertiamo l’urgenza di abitarla in maniera propositiva, offrendo il nostro contributo di valori alla sua elaborazione ed impegnandoci ad educare anche i nostri ragazzi al pensiero critico perché diventino cittadini a tutti gli effetti del nuovo continente…

 
 
 
*Segretario Generale della CEI (Vescovo emerito di Noto)
 
 
(Intervento a Mazara del Vallo nell’ambito del Corso nazionale di formazione “Dall’emergenza alle convergenze educative. La responsabilità dei media”, promosso dall’AIART, dalla diocesi di Mazara del Vallo e dall’Ufficio nazionale comunicazioni sociali della CEI dal 26 al 28 marzo 2010).


VICINI ALL’ABRUZZO AD UN ANNO DAL TERREMOTO

Ad un anno dal terremoto in Abruzzo vogliamo continuare a stare vicini ai nostri fratelli e alla nostre sorelle della diocesi dell’Aquila, che hanno anche i nomi e i volti precisi delle comunità e delle persone incontrate durante la scorsa estate dai volontari della Caritas e dell’Azione cattolica e poi nel corso dell’anno durante le loro visite nella nostra diocesi. A settembre abbiamo avuto con noi un gruppo musicale di Paganica e il seminarista Federico Palmerini; a novembre due giovani della pastorale giovanile, Angelo e Francesco; a gennaio il direttore della Caritas dell’Aquila don Dionisio Rodriquez. In questa Pasqua abbiamo ricevuto lettere di fraternità dai giovani venuti tra di noi e gli auguri di Mons. Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare dell’Aquila, che definisce la solidarietà della nostra diocesi “un segno di cristiana fraternità che resta nell’animo”. E volendo portare nell’animo tutti coloro che ancora soffrono per il terremoto, volendo non dimenticare, martedì 6 aprile alle ore 22 nella Cappella della Casa don Puglisi di Modica vi sarà un momento di adorazione eucaristica a cui, chi vuole, può unirsi.

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A Rosolini in prova la Comunità di parrocchie

L’esperienza ha la funzione non solo di confermare il messaggio ma anche di ridargli luce. Quella che proviene dalla vita.  A prescindere da eventuali successivi abbinamenti, due parrocchie di Rosolini (Cuore Immacolato di Maria e S. Caterina) in occasione degli Esercizi Spirituali, hanno da subito tentato una forma di comunione così articolata: 1. predisposizione di un volantino comune con tutto il vicariato; 2. scambio dei due parroci per la predicazione; 3. per i primi tre giorni essa è avvenuta nelle rispettive parrocchie su un tema (passione di Gesù secondo Luca) predisposto insieme; 4. il quarto giorno le due comunità (quasi 200 persone) si sono riunite presso la chiesa di S. Caterina per la celebrazione comunitaria della Liturgia della Riconciliazione animata dai rispettivi parroci (Don Gaetano Colombo e don Stefano Trombatore) che hanno commentato due brani della Parola di Dio e dalla preziosa presenza di don Roberto Masinga a nome degli altri membri del presbiterio, impegnati in contemporanee funzioni; 5. infine, nel salone sottostante, l’agape fraterna di tutti i convenuti.
Questi i fatti. Ma come riportare le emozioni per il superamento di steccati e il conseguente ulteriore arricchimento di tutti, le profonde risonanze della Parola spezzata, il gioioso reciproco riconoscimento dei presbiteri e delle due comunità, il clima di festa che esplose nella conclusiva cena? Tutto rimane segnato nel “libro della vita” dove non esiste ciò che non è amore.
Parlavo all’inizio di luce. Tale esperienza comunitaria può essere considerata una delle tante applicazioni della grande rivoluzione pacifica che si sta operando in Diocesi con l’introduzione delle “comunità di parrocchie”: c’è in essa il momento “domestico” (la predicazione all’interno di ogni parrocchia); c’è poi la fase così detta “estroversa” (cioè la liturgia penitenziale e l’agape); infine il momento vicariale (preparazione comune del volantino e presenza significativa di Don Roberto). Per non parlare della dimensione diocesana, grazie a questa comunicazione che vuol mettere in rete un particolare momento di Dio.   

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L’amore è più forte della morte. Messaggio Pasquale del Vescovo

Il Triduo pasquale avvicina ognuno di noi al centro del Mistero di Cristo e della nostra salvezza, donandoci fino alla fine del mondo l’opportunità di riflettere su tre aspetti fondamentali della redenzione dell’uomo:  la passione dolorosa, il sepolcro e la resurrezione di Gesù. Sono episodi della vita di Cristo che diventano decisivi anche per la vita di ognuno di noi, se – e solo se – li facciamo nostri, li accettiamo nella nostra storia come l’unico itinerario possibile che ci consenta di non ridurre l’umano al solo umano e ci permetta di far rinascere “l’humanum magnificum “ che dimora nel cuore di ogni uomo e  lo rende capace di amare e di perdonare l’altro da sé, infinitamente di più, al di là di ogni malvagità e meschinità del vivere dei nostri tempi.
 E’ una esplosione di libertà straordinaria, che ci rende capaci di seguire Cristo generosamente e di aderire a Lui, anche quando questo significa accettare nel proprio quotidiano la Croce della morte prematura di una persona cara, della malattia incurabile di un genitore, della perdita di un figlio, di una condizione economica precaria, del tradimento di un amico, dell’emarginazione della società, di una guerra ingiusta e insensata, di un razzismo violento, della stessa depressione dell’anima.   

 E’ necessario, però, aprire con sincerità il cuore al dramma della Passione per  riscoprire veramente nel silenzio dell’anima la centralità del sacrificio di Gesù e dell’esperienza dell’“Amore che si dona” nella libertà e nell’umiltà del cuore, nella consapevolezza che la sofferenza fisica e morale, realtà che prima o poi interpella tutti, non deve farci paura perchè Gesù è sempre in cammino con noi e apre le sue braccia per accoglierci.
 In realtà, Egli si presenta nel nostro quotidiano: dobbiamo, dunque, imparare a riconoscerlo in tante presenze, rendendo eucaristici i nostri gesti e facendo esperienza dell’amore condiviso.
 Spesso, noi non crediamo che Gesù sia davvero presente in tutti i nostri fratelli, nei poveri che ci interpellano, nei malati che chiedono il nostro aiuto, nelle sventure che affliggono la nostra esistenza. Non crediamo veramente che proprio mediante le circostanze dolorose o sconcertanti della vita il Signore ci parli e ci renda partecipi del suo mistero di redenzione. Invece, proprio in quelle “piaghe” nostre e dei nostri fratelli che non ci sembrano affatto  gloriose dovremmo rendere testimonianza della misericordia e dell’Amore salvifico di Gesù per noi morto e per noi risorto. Infatti, se portiamo nel nostro corpo e nel nostro cuore la sua morte, se offriamo la nostra sofferenza silenziosamente a Dio, se sappiamo farci compagni di cammino per chi è immerso ancora nella notte, se ci serviamo a vicenda, se ci doniamo gratuitamente, amando con i fatti e non soltanto a parole, possiamo allora essere il prolungamento della santa umanità di Cristo e trasformare anche la più dilaniante esperienza di desolazione e di dolore nell’eterno fecondo di bene e del germe rivoluzionario della Passione redentrice di Gesù.
 Sopportare con forza i sacrifici e le fatiche di un quotidiano crocifiggente che conosce il buio dello scoramento e della prova significa essere immedesimati nell’esperienza del Crocifisso: nel suo dinamismo tragico e, ad un tempo, vittorioso. La Croce, infatti, grida ad alta voce che Dio ha talmente amato ognuno di noi da incarnarsi e opporsi ad ogni ingiustizia fino a morire perché trionfi il bene e l’uomo decida di servire la causa dell’Amore. Per questo Gesù ha accettato di essere inchiodato alla Croce, non proprio per aggiungere dolore a dolore, quanto piuttosto per “vincere ogni dolore” e ogni morte, togliendo al dolore e alla morte il suo pungiglione, cioè la condanna della disperazione, del non senso, della mancanza di speranza.
 E’ facile cedere alla tentazione di credere che si cooperi alla salvezza del mondo e alla venuta del Regno di Dio soltanto realizzando grandi e importanti opere. In realtà, niente vale quanto una sofferenza accettata con umiltà  e offerta con amore in unione alla Passione di Cristo. Lasciarsi compenetrare dal sentimento della Croce, richiede una vera e propria conversione della nostra vita, un totale cambiamento di mentalità, la testimonianza di una fede più vera, più umile e più piena. Nel raccoglimento del Sepolcro di Cristo, questa fede trasforma le nostre sofferenze in suppliche silenziose davanti agli occhi di Dio, fiduciosi che – pur nella debolezza e impotenza del nostro esistere, pur nella brutalità del dolore, attraverso l’offerta delle nostre mani inchiodate alla Croce-, diveniamo potenti per grazia di Dio. Il percorso della prova, allora, santifica la nostra vita e rende salvifico il tempo dell’attesa della Risurrezione di Cristo perché genera finalmente un’umanità nuova.

 L’evento pasquale ci costringe, dunque, all’incontro con il dolore e con la morte che, senza dubbio, scuote la nostra fede nella risurrezione. Paradossalmente la resurrezione di Gesù che dovrebbe confermare la nostra fede, al contrario la mette ancor più alla prova: è da essa che prende il via la nuova vita di colui che ha fede. Non siamo cristiani perchè crediamo al peccato, alla croce, alla sofferenza ed alla morte, ma perchè crediamo al perdono, alla gioia , alla liberazione, alla vita, alla resurrezione.
 “E’ il Risorto”: lo gridi il nostro cuore, con gli occhi sgranati e pieni di meraviglia. Non c’è più tempo per la morte: la fede nella risurrezione è come seme intorno a cui si sviluppa e cresce una nuova vita, è la sostanza da cui la  nostra stessa vita viene coinvolta, assorbita, tramutata, fino ai comportamenti più semplici, banali, quotidiani. La risurrezione di Gesù – grembo sicuro di ogni nostra risurrezione -,  è la forza che ci fa superare le solitudini, solo apparentemente invincibili, e ci rende capaci di amare in modo nuovo,  è rinnovamento dello spirito, energia vitale, potente consolazione dell’anima. “E’ il Risorto”, il credente ora sa della vittoria sicura sul male e sulla morte.
 Abbiamo mai consentito alla luce della risurrezione di penetrare nel più profondo intimo di noi stessi? Abbiamo permesso al Risorto di rischiarare le nostre profondità più inaccessibili? Abbiamo percepito lo Spirito del Risorto come vittoria su ogni nostra solitudine?  
 E’ vero, la nostra fede cristiana è davvero tale solo quando accettiamo e confessiamo la risurrezione di Gesù. Paradossalmente è più facile essere vicini a Cristo il venerdì santo, quando soffre, perchè tutti in fondo facciamo esperienza del dolore. Più difficile è essergli vicino quando risorge, perchè questa è una esperienza a noi estranea, un dono eccedente, che richiede un’adesione che cambia tutta la nostra esistenza.
 Risorgere con Lui significa dare un senso al proprio dolore, riuscire ad attraversarlo, a motivarlo, riuscire a farlo illuminare dalla luce di Cristo risorto, riuscire a credere che Lui, da uomo, condivida i nostri dolori perchè ha un cuore di carne. 
 
Ma quando il dolore continua la sua costante presenza nella nostra vita, quando pensiamo alla morte e al dolore come ad un ineluttabile appuntamento con il nulla e non come apertura all’eternità, è davvero possibile trasformare il nostro dolore nella gioia dell’annunzio pasquale?
 Senza dubbio, la vita cambia quando riconosciamo nel nostro cuore e testimoniamo nelle nostre azioni che la morte e il dolore sono stati sconfitti: non rappresentano più un ostacolo invalicabile, perché la risurrezione è “qui ed ora”. In questa fede ci si lascia ferire veramente il cuore dall’amore ardente verso Dio e verso l’altro, il mio prossimo, il mio fratello. L’amore poi si alimenta al mistero della croce e fa fiorire le opere della carità. “Poi”, cioè alla luce del Risorto, il Crocifisso non è più “il maledetto che pende da un legno”, ma è “Colui che è”, il Figlio eterno nel quale il Padre si compiace, dicendoci di seguirlo. La fede nella risurrezione è sequela, vita risorta.
 San Corrado, nostro patrono, lo ha testimoniato nella sua esistenza ed è appena per questo che noi lo amiamo e gli chiediamo di amarci.
 Maria Scala del Paradiso ci sostenga nel nostro cammino di cristiani e infonda in noi il calore della consolazione nelle inevitabili prove e nelle ricorrenti difficoltà della storia umana, donandoci il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della gioia che solo una vita vissuta all’insegna dell’amore oblativo può dare. E’ l’agape che vince la morte, perchè l’amore è più forte della morte.


+ Antonio, Vescovo di Noto
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